Gentilissimi avvocati Judice e Castellaneta,

 

pur nel rispetto dei ruoli, sentiamo anche di potervi chiamare  per nome, non per la stima e l’amicizia che ci lega, speriamo, in un comune sentire, ma per la compassione, con cui avete assunto l’incarico nel nome di Davide.

 

Davide, nostro figlio e fratello di Silvia…parte di quel miracolo della vita che è l’amore per i figli, l’unico amore che, seppur provato al massimo delle nostre possibilità, è capace di raddoppiarsi e mai dividersi, anche se ricevi il dono di un altro figlio.

Un amore tanto speso nell’universo che t’insegna che deve essere altruista, pena la condanna dei tuoi figli alla disumanità, circondati da un sentimento che, da dono, si trasforma in possesso, e ne decreta la fine.

Se amiamo una persona, vogliamo averla sempre vicino, godiamo della sua presenza, desideriamo conoscerla meglio, per cui  puoi far scorrere il tempo nel gustare il suono della voce, nel perderti nei suoi occhi, nel provare a vibrare in armonia con la sua anima.

E più che in armonia, in accordo, perché questa parola ha la sua origine in “cor”, e questo ti orienta.

Inoltre ti piace farla conoscere agli altri e senti che se viene aggredita la proteggerai e soffri se viene offesa.

E l’amore per i figli è molto più semplice di qualsiasi altro amore, perché è l’amore per la vita, per il “tu”, prima che per  l’ “io”.

In tutta questa vicenda (racchiusa nella perdita del “ soggetto” del tuo amore, nel senso di sconfitta del tempo nel quale ti sei costruito e sperimentato madre, padre e sorella), hai dovuto conoscere come, anche la sorgente dell’amore, dentro di te, può inaridirsi, come la tua famiglia, può perdersi in tante solitudini, fino a essere sul baratro della fine, come l’indifferenza, non solo per il tuo dolore, ma per quella vita che non potrà più godere del “ sole che sorge al tramonto” ( per noi ha un significato profondo), ad iniziare dalle istituzioni, ti chiudono nel carcere del “finito”, “chiuso”, “basta”.

Così come lo fa la paura dello stare con il tuo sguardo, con gli occhi del tuo dolore, anche di molti amici che non possono o vogliono cercarti più, che non hanno più parole, che non riescono più a sopportare il tuo silenzio, a sostenere il peso della tristezza, mentre hai solo bisogno di una carezza e del silenzio in cui cercare…

E questa solitudine, questo sepolcro della tua vita, hai la precisa sensazione, è per sempre.

Da lì comincia, necessariamente o la disperazione e l’odio per il bello, per gli altri, per l’assassino del frutto del tuo amore procreatore e quindi quasi divino, e per la vita stessa, per Dio o il destino.

Oppure inizi il viaggio più difficile e difficoltoso della tua vita, verso la sorgente del fiume dove trovare, superando asperità, cascate, gorghi, la risposta al senso della vita, di quella di prima e di quella di dopo.

Perché anche la tua vita quel giorno è morta e devi scoprire se la resurrezione è possibile o se è un mito in cui consolarti a buon mercato.

Un senso che scacci dai tuoi pensieri addirittura il rancore per un incontro, quell’incontro bellissimo con la persona amata, ma che mai avresti pensato di affiancare in un tratto del tuo percorso, in cui il dolore senza soluzione, entra in ogni istante della tua giornata.

Se non l’avessi incontrato…

Questo solo pensiero si fà voragine e precipizio nella tua vita.

Provate a pensare in tanto amore desiderato, donato e ricevuto, le parole: se non ci fossimo mai incontrati, ora, non eravamo qui.

E’ un tempo difficile e umanamente impossibile, da comprendere, anche se ti penetra e ti trafigge.

Comprendi però, che tuo figlio l’ha ucciso un uomo drogato, alcolizzato, che guidava a forte velocità, contromano per tanti chilometri, che ha fatto tutto questo perché al centro del mondo ha posto solo un fine e scopo: il proprio “io”.

Hai forte l’incubo e la siderale distanza tra  una madre che vede il proprio figlio ferito e spera nella sua salvezza, anzi la ottiene; mentre tu ti senti in colpa per non essere stata lì vicino al tuo, almeno a tenergli la mano nel momento più difficile della sua vita, perdendo la memoria di ogni suo gesto precedente, del suono della sua voce, del suo sorriso.

Di una mamma che non ha più lacrime, ma ora può solo che sia il suo stesso sangue a rigargli il volto.

 La tua vita parte da quella strada e dalla perdita del senso d’innocenza e dalla sensazione che il tuo amore non è bastato.

E non riesci ad addormentarti, non riesci a sognarlo, almeno a ricordarlo, se non da quell’istante che ti segna tutto il tempo futuro, da una strada che non puoi più percorrere, da un lavoro che non puoi più fare, da quelle domande che non puoi più rimandare, ma restano ancora senza risposte e capisci che nessuno, qui,  potrà dartele per cui ti resta ancora un altro percorso nel buio.

Scopri che nulla delle tue certezze precedenti ti sarà utile, non tutto quello che hai studiato, non tutte quelle regole che pensavi capaci di risolvere quella versione o quel problema, solo quella cosa che rimandavi, perché evanescente in un mondo di materia: il mistero.

Un profondo egoismo di vita, ha incontrato la tua e sembra aver vinto. Tu morto, io vivo ed ora devo vivere, tanto tu resti morto.

In questo egoismo, tu madre e tu uomo della morte, non riesci a inginocchiarti al mistero della vita, a piangere per un tramonto, a riempirti il cuore di un cielo stellato, di un accordo musicale.

Come sarebbe stato stupefacente e scandalizzante secondo i temi del nostro rituale, apprendere che quell’uomo si fosse interrogato di Davide, sui suoi pensieri, sulle sue aspirazioni, sui suoi valori, magari, come un trapianto d’organi, li avesse almeno in parte, assunti in sé.

In questo modo avremmo avuto la sensazione che Davide avrebbe continuato il suo percorso.

Ma la “legge”, non ha emozioni, non vuole o ha paura di penetrare i cuori e forse riderà o avrà fastidio e si tedierà ad ascoltare le nostre parole, ritenendole anche astratte ed assurde o incomprensibili.

O le liquiderà frettolosamente come lo sfogo di tre dolenti, eppure noi ogni giorno combattiamo con le lamentazioni, per giungere alla forza della benedizione, porta della pace.

In fondo cosa cerchiamo veramente nella vita: una carezza, un po’ di amore, la pace.

Al contrario la legge premia la rapidità del rito, contro la lentezza di chi, pur nel dolore ma contro il dolore, scopre che nella vita c’è una possibilità di profondità e la vuole cercare, anche se lenta, faticosa.

Noi non possiamo il perdono, noi desideriamo la conversione, il passaggio dall’io al tu.

Quando parliamo di profondità, intendiamo quella di chi, assumendo pienamente il senso di responsabilità, è capace di offrire la vita: “Ho tolto una vita, la mia, la dono agli altri senza calcolo e misura, rinuncio al mio io perché si può realizzare solo nel sorriso del tu; come entità cosmica, centro della carità che trova nella sua etimologia e teologia, il significato e dà significato ai gesti.

In questo ci sarebbe stato del divino.

E che chi, come noi, ha la necessità di trovarLo, sa anche che questa scoperta è più nell’interesse del carnefice, perché se la vittima si convince che la ricerca è inutile, che la vita sia tutta qui, non ha motivo di attendere la giustizia degli uomini, perché la sua condanna l’ha già avuta e la tua casa, piena di ricordi è un luogo di ulteriore di dolore tra il presente e quel futuro che non potrà essere più. Che stare in un piccolo spazio non può aggiungerti neanche una goccia di dolore, perché oggi, il sole o la neve, l’alba o il tramonto ti rendono colpevole solo perché tu ci sei e tuo figlio, no.

Il Caino deve sapere che la salvezza è per tutti, anche per lui, e deve essere in grado di compiere sinceramente gesti che ti facciano dire:“ se questo è stato possibile, è perché il divino c’è e non posso più aspettare. Lo devo prendere, il divino, senza condizioni, perché è bellissimo come ti trasforma, soprattutto nel suo desiderio di amare innanzitutto chi ti mette in croce, o rivolgendoti a chi, pur sprecando la sua eredità, torna con umiltà e si mette al servizio dell’ultimo servo della casa”.

Non “ama il prossimo te come te stesso”, ma il sovraumano per la sfida da affrontare, “ama come io ho amato voi, (che mi crocifiggete)”.

Quella notte ci ha così condannati anche alla fatica estrema: non puoi trovare la fede con la relatività del realismo, perché la sfida a cui ti chiama questa morte, è impari, perché non è nelle cose di questa terra, ma è in quel luogo dell’invisibile, immateriale, che ti chiede di essere come quel cavaliere pazzo, capace di  trasformare la realtà di una prostituta, Dulcinea del Toboso, nella bellezza di una donna: per la forza dell’amore, che trasfigura.

Cosa si può fare, se chi tanto male ti ha fatto, ti fà scoprire questa scintilla di divino. Perdonarlo?

NO, abbracciarlo e sostenerlo, anzi essergli a fianco.

Invece, senza cadere nella tentazione del giudicare, hai forte il senso di un uomo che, senza cogliere tutte le sfumature di quello che la sua vita ha prodotto intorno a sé, mantiene la stessa logica di quando ha comprato cocaina e alcool: IO;IO;IO!!!

Io ho paura del carcere e quindi ho il dovere di qualsiasi azione pur di evitare la responsabilità delle mie azioni; non ho bisogno di conversione della mia vita, ma di una doccia per pulire la puzza e ritornare alla festa.

Chiedo così perdono, magari con un sacerdote amico, faccio volontariato, così darò l’impressione di essere migliore, vado in comunità, così mi salvo dalla droga (salvo la mia vita materiale, ma ho avuto bisogno del sangue di quel fastidio e pericolo che è diventato quel tipo…come si chiama ...ah! ..Davide), magari faccio quello che posso per fargli avere un risarcimento in modo da poter dire:” i genitori, la sorellina, sono stati soddisfatti…”

Neanche per un attimo mi sfiora l’idea di mettere a rischio me stesso,per esempio ricordando chi mi ha venduto la droga e mi ha dato da bere,già ubriaco. Tanto nessuno mi chiederà nulla di questo:io, in definitiva, finanziatore della mafia…ma qui parliamo solo di un incidente stradale, uno dei tanti, e dei genitori lagnosi…

E’ la stessa vita, la stessa anima di chi ha condotto la sua vita fino a quella tragica nottata in cui anche il tempo, per noi, è stato capace di svelare il suo destino finale: morire anche lui.

E’ la stessa vita di chi è chiuso su se stesso, su quell’io le cui passioni, aspettative, paure, vengono prima della verità, del rispetto, dell’altruismo, dell’essere piccoli nello spirito e leggeri nell’umiltà.

E’ la stessa vita di chi vuol continuare a non capire che il diavolo è il dia ballein,, è il divisore, colui che divide un figlio dalla sua madre, da suo padre, da sua sorella, dai suoi cari e dai suoi amici.

Aver acconsentito alla possibilità di un incontro tra le parti, anche se per una cosa marginale rispetto all’assenza e alla ricerca della presenza pur nell’assenza, aveva solo questa speranza, la possibilità di cogliere la verità nella parte più profonda e nascosta dell’anima di chi ci ha tolto Davide.

Noi non potremmo vivere con la materia, che vuol pagare, chi è, oggi, puro spirito.

Per questo non possiamo sottoscrivere, sotto qualsiasi cifra, che “..si impegnano a non promuovere azione penale o a rinunciare eventualmente a quella promossa”, perché negheremmoanche l’ultima speranza che la vita di Davide almeno sia servita a salvare quella di chi gliel’ha tolta.

Come sarebbe stato diverso sentire e leggere: “Accetto senza riserve, rischio di furbizie e sconti la mia responsabilità, anche se la legge lo consente. Cercherò con tutta la mia forza e volontà lo scopo e la sorgente della vita, in nome di Davide, e portandolo anch’io nel mio cuore, spero di scoprire la bellezza della vita umile, tenera, semplice, altruista.

Dono le mie piccole cose, il loro valore materiale, per prendermi cura degli ultimi e tornare alla vita, ricco del mio spirito ritrovato, del perdono chiesto a chi ci rende partecipi dello stesso destino e, per questo, laicamente o meno, fratelli.”

Noi abbiamo ora un solo modo per prenderci cura di Davide, come quando gli rimboccavamo le coperte nelle serate fredde senza termosifone acceso perché non potevamo permettercelo; offrire ancora una volta agli altri ogni sua cosa, secondo il suo sogno: aiutare i giovani a cercare la bellezza e poter vivere di questo.

Abbiamo vissuto di lavoro e sacrifici, continueremo a farlo, ma faremo anche tutto il possibile per la vita e per sconfiggere il senso e la cultura della morte che pervade il nostro tempo.

Nel rinunciare “al soddisfo”, fin quando ogni aspetto di giustizia, per quella che la legge ed i suoi interpreti potrà, non sarà tentato,ancora una volta vogliamo dire: “Grazie del dono di Davide. Grazie Davide di averci insegnato la straordinarietà dei legami universali in cui cercare il tuo volto, e un passo ancora più su, ci spingi a cercare il volto del Consolatore. Potremo ancora guardarti negli occhi, sapendo che dalla tua fotografia, i nostri si perdono nell’arcobaleno del creato; potremo ancora guardarti nella certezza che tu, non sei dietro quella lapide, sei vivo, mentre noi, qui affannati dall’io e dal prezzo, siamo già morti. Tu sei cielo, noi polvere da scuotere dai sandali.”.

Alla nostra coscienza, alla coscienza, di quanti si devono accostare alla tua storia, Davide, consegniamo questa nostra, sperando che anche la legge si accosti non nel tecnicismo disumano, ma con la delicatezza di una carezza. Quell’ultima carezza che ci è stata negata.”

in seguito il risarcimento, e lo pretenderemo nella misura massima possibile, sarà destinato esclusivamente a consentirti di realizzare almeno una parte di quei sogni ed impegni che certamente tu avresti comunque fatto meglio.

Un abbraccio a voi, perché anche nel vostro difficile compito di avvocati, e uomini, possiate comprendere la nostra speranza.

Per scusarci con tutti coloro che hanno sinceramente operato per la proposta, ci farebbe piacere che consegnate questa, anche accompagnata con un nostro grazie ed abbraccio, casomai rivedendoci quando ogni aspetto penale sarà chiarito.

Il bisogno di giustiza, non è mai una richiesta per cui sentirsi a disagio.

 CONVERSANO, 20 LUGLIO 2017

Gianni, Maria, genitori e Silvia, sorella di Davide.

 

N.B. tutta la nostra famiglia ringrazia i nostri avvocati, non solo per la loro professionalita',ma anche per la loro umanita' e pazienza